frase adorno

Educare dopo Auschwitz significa non accettare la più piccola manifestazione del razzismo né la più piccola discriminazione, significa non contemplare il passato ma interrogarlo alla luce del presente. T.Adorno

cittadini oggi?




Le proteste dopo Lampedusa

Di recente si sono svolte molte proteste al fine di abolire la legge che prevede il reato di clandestinità. L’appello ‘PER EVITARE ATTI PUBBLICI IN LUOGO OSCENO’ lanciato dal quotidiano "La Repubblica" ha raccolto più di centomila adesioni ed è stato consegnato al presidente del Consiglio Enrico Letta, alla presenza del presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. Le tante firme raccolte segnalano un cambiamento di mentalità e di atteggiamento: gli italiani sono pronti a soccorrere queste persone in cerca di aiuto e a superare la paura del diverso. Molti personaggi famosi figurano tra coloro che hanno dato la loro adesione: Dario Fo, Carla Fracci, Matteo Renzi, don Ciotti, Gino Strada, Andrea Camilleri, Niccolò Ammaniti, Margaret Mazzantini, Ferzan Ozpetek, Luciana Littizzetto, Pippo Baudo, Luciano Ligabue, Jovanotti, Oliviero Toscani, Enzo Iacchetti sono solo alcuni dei tanti ‘grandi’ che hanno aderito.
Queste proteste contro la legge Bossi-Fini sono una conseguenza delle centinaia di morti innocenti avvenute il 3 ottobre 2013 a Lampedusa a causa di un naufragio, per trovare una soluzione a questa situazione in cui persone che scappano da condizioni disastrose rischiano, e perdono, la vita al fine di trovarne una migliore.
363 sono i morti accertati solo di quel naufragio.
Su queste navi che viaggiano verso ‘la salvezza’ ci sono uomini di tutte le età, donne e bambini. Bisogna fermare questo scempio, dare una mano a queste persone, che in fin dei conti sono solo in cerca d’aiuto, sono disposte a svolgere i lavori più umili, che l’italiano medio di oggi si rifiuta di praticare, nonostante il periodo di crisi che il nostro paese sta affrontando e il conseguente bisogno di denaro, perché troppo faticosi o perché reputati umilianti. Gli extracomunitari non si tirano indietro di fronte a queste professioni, sebbene in alcuni casi abbiano conseguito una laurea nel proprio paese d’origine, non riconosciuta però dalle istituzioni italiane.
Coloro che arrivano in Italia in cerca di aiuto, secondo me, vanno ascoltati; un aiuto concreto potrebbe essere quello di consentire loro di vivere dignitosamente, collaborare con le altre nazioni europee per permettere loro di non fermarsi obbligatoriamente in Italia, ma di cercare un lavoro in altri Paesi dove l’offerta lavorativa è più ampia, concedendo loro quella possibilità che non hanno avuto nei loro Paesi d’origine, cercando di rendere possibile una vita degna di essere chiamata tale.

Intervista a Klodi, ragazzo albanese

Cosa ti ha portato ad andartene dall’Albania?
Ho deciso di andare via dal mio Paese perché era difficile andare avanti, trovare un lavoro e poter vivere la vita come pensavo. Ad un certo punto mi sono stufato e ho preso la decisione di cercare una vita migliore, di partire, di andare via.

Hai subito pensato di venire in Italia?
Il primo Paese in cui avevo pensato di andare era l'America, però visto che era troppo difficile arrivarci e non avevo nessuno lì, ho cambiato idea e ho deciso di venire in Italia.

Come ci sei arrivato?
Ovviamente non avevo soldi, quindi ho deciso di chiedere un prestito ad amici e parenti; mi servivano 4000 euro per venire in Italia.
Una volta che ho avuto i soldi in mano ho parlato con delle persone che si occupavano di portare gente qui, ci siamo messi d'accordo e dopo 3 giorni sono partito con tre miei amici.
Il viaggio doveva essere di soli 3 giorni, anche se dovevamo passare in 4 Paesi (Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia); le cose sono cambiate quando ci hanno “beccati” nel momento in cui dovevamo passare il confine tra la Croazia e la Slovenia. Allora ci hanno portati in una specie di carcere per gli stranieri; dopo due giorni, quando eravamo fuori, ho parlato con i miei amici e abbiamo preso la decisione di andare via da lì e ci siamo messi di nuovo in contatto con i ragazzi che avevamo pagato per affrontare il viaggio.
Dopo due settimane di viaggio siamo arrivati a Trieste, il paese dei sogni, il paradiso; per fortuna a quel tempo sono riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno per minorenni, ma non avevo un lavoro.

Sei subito venuto a Saluzzo o sei stato in altri paesi?
Ho vissuto a Varese da mio zio due anni, durante i quali ho lavorato solo quattro mesi. Dopo di che ho trovato lavoro a Saluzzo, ma qui sono iniziati i problemi.

Perché?
Perché non potevo più rinnovare il permesso di soggiorno, dal momento che ero diventato maggiorenne e purtroppo non poteva essere convertito per motivi di lavoro.
Per fortuna il datore di lavoro mi ha fatto il visto stagionale e così sono potuto restare in Italia,
ed ancora oggi vado avanti in questo modo in attesa di una legge che preveda la conversione del permesso di soggiorno stagionale in permesso di lavoro subordinato.
Questa è la parte difficile dello stare in Italia.

Per il resto come ti trovi? È la vita che ti aspettavi?
Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni non è quella che mi aspettavo, perché gli amici che avevo al mio paese non li vedo quasi mai; inoltre mi aspettavo più aiuti da parte dello Stato e maggiore integrazione. Qua ho pochi amici mi piacerebbe averne di più e vivere la vita come se fossi al mio paese, non sentirmi più straniero.
Ma da una parte mi sento anche bene, almeno ho quei due soldi in mano che magari al mio paese non avrei potuto avere, e poi mi piace l'Italia e sono contento di viverci; se tornassi indietro farei la stessa scelta che ho fatto quando ho deciso di venire qua.


Gli stranieri in Italia

Così come il mio amico Klodi che ho intervistato, sempre più stranieri extracomunitari decidono di lasciare il loro Paese per cercare una vita migliore. L’inizio dell’arrivo degli immigrati in Italia può essere associato alla crisi economica causata dalla crisi petrolifera del 1973, dopo la quale gli altri paesi europei chiusero le frontiere (considerando anche l’ingente numero di migranti stabiliti in tali stati).
Gli extracomunitari scappano da situazioni critiche, da guerre, da morti imminenti. Vengono nei paesi industrializzati per cercare posti di lavoro meglio retribuiti, per garantire a se stessi e alle loro famiglie un futuro migliore, oppure per scappare da persecuzioni religiose e, per quanto riguarda le donne, per ottenere i diritti che nei loro paesi d’origine non sono ancora garantiti. Solitamente gli immigrati scelgono di andare in un determinato paese perché vi sono già presenti amici o parenti, che potrebbero aiutarli nella ricerca di un lavoro e di una sistemazione.
Gli stranieri presenti in Italia provengono da diverse zone: dall’est Europa (Albania, Romania, Ucraina, Moldavia, Polonia, Serbia, Bulgaria), dall’Africa (Marocco, Tunisia, Egitto, Senegal, Nigeria, Syria, Algeria) e da altri paesi come ad esempio la Cina, le Filippine, il Perù ecc.
Ma una volta giunti qui, però, sopraggiungono i problemi riguardanti l’integrazione: per prima cosa bisogna imparare la lingua, poi superare le difficoltà nell’ottenere il permesso di soggiorno e di conseguenza trovare un lavoro e una sistemazione.
La cosa più difficile da ottenere è senza dubbio il permesso di soggiorno, che ogni straniero che ha intenzione di soggiornare in Italia per più di 3 mesi deve avere. La richiesta va effettuata entro 8 giorni dall’arrivo in Italia, presentando il passaporto e versando un contributo compreso tra gli 80 e i 200 euro; queste due condizioni costituiscono un problema, in quanto la maggioranza degli immigrati arriva in Italia senza documenti e senza soldi. Prima che il permesso di soggiorno possa quindi essere richiesto, e concesso, possono passare anni.
Nel caso in cui un immigrato venga trovato sprovvisto di tale documento viene espulso dal paese, accompagnato alla frontiera dalle forze dell’ordine, come stabilisce la legge Bossi-Fini del 30 luglio 2002. I clandestini sprovvisti di documenti di identità vengono portati in Centri di permanenza temporanea al fine di certificarli.
Il permesso di soggiorno può però essere rilasciato solo se la persona che lo richiede ha già un lavoro per garantire il proprio mantenimento economico.
Chiara Morina.


Me amis Rachid
Recentemente ho trovato sul giornale, una “Buonanotte” di Massimo Gramellini, che mi ha dato molto da pensare. Rachid Kadiri arriva in Italia, a Torino, nel ‘99 a soli undici anni, a bordo di una Golf scassata. Proviene da una famiglia numerosa che, però, non ha disponibilità sufficienti per mantere tutti quanti i componenti; e così Rachid decide di scappare da Khouribka, dal Marocco e dalla sua famiglia, alla ricerca di un futuro migliore. Una volta giunto a Torino, termina le scuole medie e si diploma perito informatico. Il sabato e la domenica, quando tutti i suoi amici sono in discoteca, Rachid va a vendere cianfrusaglie sotto la Mole, assieme ai fratelli, Abdul e Sahid, per racimolare qualche spicciolo. Una volta preso il diploma, Rachid vorrebbe smettere gli studi, ma i fratelli si oppongono, desiderano per lui un futuro diverso e migliore. Cosi' si iscrive alla facoltà di Ingegneria di Torino, una tra le più prestigiose e difficili. Da questo momento inizia per lui una doppia vita: quella di studente, la mattina, immerso tra i libri di “Analisi Uno”, e quella di venditore ambulante sotto la Mole nel resto della giornata. Una sera, mentre sta ritornando a casa, viene accerchiato da un gruppo di ragazzini di sedici anni. Lo chiamano sporco negro e marocchino schifoso, riempiendolo di botte, ma Rachid non dà peso a quest’episodio, ricorda e ringrazia i passanti che lo hanno soccorso. Vince due borse di studio, ma quando l’università esaurisce i fondi e il lavoro da venditore ambulante non rende più, i suoi sogni affondano nella grave crisi economica. Rachid è costretto a fare la fame e a rinunciare al gas per poter proseguire gli studi. Dopo tanta fatica il gran giorno arriva e Rachid, vestito nel suo completo blu e seguito dai fratelli, va a laurearsi. La sua tesi di laurea porta il titolo: “Il grafene e le sue potenzialità”. “Il grafene è un foglio sottilissimo che puoi adagiare su qualsiasi superficie. Resiste perché si adegua alla realtà”. Spiega Rachid a Paolo Griseri del quotidiano “la Repubblica”. Un’ora dopo la laurea, Rachid torna a casa, indossa la felpa del Toro, appoggia lo zaino arancione alle spalle e torna a vendere accendini sotto la Mole. Il suo sogno è quello di trovare un lavoro part-time presso uno studio di ingegneria e di prendere la laurea specialistica, ma nel frattempo continuerà ad abbordare i passanti sotto la Mole con il suo simpatico “Cerea, me amis!”. E non ha paura di non trovare nuove possibilità in Italia: ha percorso 3000 km per arrivare alla laurea, ed è disposto a farne altrettanti per trovare un lavoro, perché il grafene è resistente e si adatta a tutto.
Al giorno d’oggi, si tende ad attribuire agli immigrati, soprattutto di origine albanese, rumena e africana, gli aggettivi ignorante e analfabeta.Penso che, però, questi non si possano applicare ad un’intera popolazione. Certamente ci sono all’interno di questi grandi gruppi coloro che sono “ignoranti”, che mancano quindi di istruzione, perché non hanno potuto riceverla per vari motivi, tra cui certamente la mancanza di disponibilità economiche. Questi paesi e, in particolar modo il continente africano, sono ricchi di culture e tradizioni diverse, i suoi abitanti sono curiosi ed interessati ad istruirsi. Però il problema è che, essendo le famiglie molto numerose, spesso non si possono permettere di mandare a scuola tutti i figli, perché in questi luoghi, la ricchezza è mal distribuita: il “ceto medio” è praticamente inesistente e si passa da zone ricchissime a zone di povertà assoluta. Ma ci sono anche numerosi studenti, che riescono ad avere una buona istruzione sia nel loro paese d’origine, sia una volta giunti qui, in Italia, come nel caso di Rachid. A differenza però di quanto pensano moltissimi italiani, la fatica e il sacrificio che queste persone fanno, dapprima per raggiungere l’Italia, e poi per tentare di proseguire o addirittura iniziare gli studi, è tutt’altro che trascurabile. Moltissimi lasciano le famiglie e partono nella speranza di una vita migliore, altri scappano dalle guerre, da situazioni politiche disastrose, dalla povertà. Per non parlare delle condizioni in cui avviene il viaggio verso l’Europa. Questo, può durare addirittura degli anni, salgono su dei barconi, sovraffollati, affidandosi e pagando un grandissima somma di denaro a degli skipper che, giunti ad una certa distanza dalla costa, li spingono in mare per non essere visti. Viaggiano senza cibo, senza acqua, senza nulla. Moltissimi non arrivano nemmeno in Italia e muoiono prima. Ogni giorno sento persone che dicono: “Spendono tutti quei soldi per morire”; forse è vero, ma magari rimanendo nel paese d’origine le speranze di sopravvivere sono pari a zero, e non è forse meglio rischiare, se c’è anche solo una minima possibilità in più di sopravvivere? Noi al posto loro non faremmo la stessa cosa? Per non parlare di quando poi giungono in Italia, o in Europa, senza nulla, senza famiglia, senza soldi, senza sapere la lingua, senza un lavoro, senza un posto dove stare. Ricordo quello che mi disse una signora albanese quando le chiesi di raccontarmi il suo arrivo qui in Italia: “L’unica cosa che mi sembrava familiare era l’abbaiare dei cani”. E magari alcuni vengono anche maltrattati, come nel caso di Rachid, vengono chiamati “sporchi negri”, “marocchini schifosi”, senza magari dar fastidio a nessuno, ma solo per il fatto di essere “diversi”; tuttavia sono diversi solo esteticamente, perché nel loro essere non hanno nulla di diverso, sono persone come lo siamo noi e come tali meritano lo stesso rispetto. Certamente ci sono anche stranieri che non sono del tutto “innocui”; ma ci sono anche italiani, francesi, russi, spagnoli, americani, inglesi che non lo sono. Diventa corretto, per questo, “fare di tutta l’erba un fascio?”.
Helene Caillot

LA STORIA DI DILJANA, LA MIA ZIA ALBANESE
Il fenomeno dell'immigrazione è sempre esistito, come esiste tuttora.
Questa che racconterò è una storia vera, ed è la storia di mia zia, che molti anni fa decise di sfidare la morte e di iniziare una nuova vita, sperando in una possibilità migliore.
Era il lontano aprile del 1995 e lei, insieme a suo fratello allora quindicenne, intraprese il viaggio verso l'Italia su una macchina noleggiata da Scutari in direzione di Durazzo, una città distante circa 50 km.
Raggiunta questa meta, salirono su un motoscafo con 25 persone dopo aver pagato 1 milione di LEK (circa 500€): per allora era tutto ciò che possedeva o anche di più. Dopo il viaggio, durato tutta la notte, e la paura di morire in mezzo al mare poichè era scarso il rifornimento di benzina, arrivarono nei pressi di Bari, dove, per paura di essere scoperti, si lanciarono in mare e nuotarono fino a riva. Non sapendo dove andare e senza un soldo in tasca non mangiarono per due giorni e due notti e dormirono in vecchie case abbandonate. Appena trovarono la prima stazione ferroviaria partirono in direzione di Roma, dove c'era il loro padre ad aspettarli.
Arrivati a Roma, furono costretti a dormire in vecchie cascine abbandonate, poichè erano senza documenti. Una volta scoperti dalla polizia, però, ebbero il provvedimento di espulsione, a cui risposero semplicemente cambiando luogo.
Trovarono lavoro nella raccolta della frutta e pian piano iniziarono ad avere spiccioli per sopravvivere e ad imparare la lingua, finchè nel 1996 uscì una legge che consentiva agli immigrati clandestini che lavoravano di regolarizzare i documenti. Le cause dell'immigrazione sono per lo più la mancanza di lavoro, la povertà, le guerre; e a mio parere non finirà mai. Ci saranno sempre persone che vorranno dare una svolta alla loro vita difficile e lo faranno anche mettendola a rischio e, talora, perdendola.

Xheni Doci

INTERVISTA A IOANA CHELU, MAMMA DI ALINA

Quando è arrivata in Italia?
             Il 1° aprile del 2004.
Per quali motivi ha deciso di emigrare?
  Io e  mio marito avevamo un lavoro fisso, ma in quel periodo la Romania era entrata in un periodo di crisi e pensavamo che all’estero le cose sarebbero andate meglio.
Avevate qualche conoscenza in Italia, qualcuno che potesse ospitarvi?
Si, mia sorella era in Italia già da due anni e abbiamo abitato da lei per un annetto, fino a quando noi due abbiamo trovato un lavoro e un alloggio.
È stato difficile trovare un lavoro?
Avendo già un appoggio da parte di mia sorella non è stato difficile, il problema era che, non sapendo la lingua all’inizio facevo fatica a capire cosa mi veniva detto.

Quali sono state le difficoltà incontrate nel lasciare il suo paese natale?
Dovetti lasciare i miei genitori e mia figlia, che in quel periodo aveva solamente 9 anni, e poi gli amici e i luoghi che frequentavo tutti i giorni. Ma partii col cuore in pace sapendo che mia figlia sarebbe stata dai miei genitori e che avrebbe ricevuto tutto l’affetto che le avrei dato io.

Adesso sua figlia è ancora in Romania?
No, mi ha raggiunta in Italia sette anni fa. Siamo state senza vederci due anni e sette mesi e posso dire che questa è stata la difficoltà più grande, il periodo più brutto che ho vissuto.

Come vi trovate adesso all’interno della società italiana?
Dopo dieci anni che viviamo in Italia, ci siamo ben integrati. Abbiamo amici anche italiani, abbiamo un lavoro e una casa, una vita dignitosa e non ci manca niente. Un giorno, però, ci piacerebbe ritornare in Romania, perché ci mancano i luoghi dove siamo cresciuti, i nostri genitori e tutto ciò che ci siamo lasciati lontano.
Barra Jessica e Parrà Beatrice


                                           Io, Alina Bogzoiu
Sono arrivata in Italia sette anni fa. Frequentavo la classe quinta elementare e non conoscevo neanche una parola in italiano.
I miei genitori decisero di emigrare per offrire  a me ed a loro stessi un futuro migliore. Avevano sempre pensato di più a me che a loro e quando decisero di partire, la Romania era entrata in un periodo di crisi, che si accentuò negli anni. In quel periodo il mio stato non faceva ancora parte dell’ Unione Europea e per questo motivo dovetti stare senza vedere i miei genitori per due anni e sette mesi; per acquisire il permesso di soggiorno infatti non era possibile tornare nel paese d’origine, perché si rischiava di non poter più rientrare in Italia, in mancanza di documenti italiani. Mia mamma dovette aspettare due anni e sette mesi prima di avere il permesso di soggiorno e, una volta acquisito, decise di prendere anche me e portarmi con sé.
Arrivai in quinta elementare senza sapere neanche una parola italiana. Questo mi spaventava un po’ perché non avevo idea di come fosse andare a scuola e non capire ciò che gli insegnanti spiegavano. Il mio ingresso nella classe fu momento di festa per gli altri bambini, che mi vennero incontro per parlarmi, ma non capendo nulla di ciò che mi stavano dicendo, mi misi a piangere. Alcuni con il tempo sono diventati miei amici e lo sono tuttora, altri mi guardavano con aria scostante o semplicemente stupita, forse perché ciò che è nuovo e straniero talvolta fa paura. Nonostante ciò, con l’aiuto della maggior parte dei miei compagni e delle maestre, imparai l’italiano in circa due mesi.
Dopo sette anni posso dire di essermi integrata; ho amici italiani ma anche di altre nazionalità, ho un buon rapporto con i miei insegnanti e con le persone che conosco e quando mi si chiede la provenienza, sono fiera di dire che non ho perso le mie tradizioni, ma al tempo stesso ho cercato di imparare il più possibile quelle italiane. Per questo motivo non mi sono mai sentita inferiore, straniera o “strana”, aggettivi che non a caso si somigliano, ma penso che lo straniero, visto con occhi attenti e con meno pregiudizi, possa essere una ottima occasione di arricchimento culturale e non solo.
Grazie all’ingresso della Romania nell’ UE, l’acquisizione dei documenti è molto più semplice e richiede meno tempo. Inoltre, dopo quattro anni di soggiorno in Italia c’è anche la possibilità di fare domanda per ottenere la cittadinanza italiana. Mi piacerebbe richiederla perché  ho intenzione di finire gli studi universitari in Italia e trovare un lavoro. La maggior parte degli stranieri, tra cui anche i miei genitori, lavorano e vivono legalmente sul territorio italiano, pagando le tasse e le imposte che pagano anche i cittadini italiani; la differenza sta nel fatto che i miei genitori non hanno ancora la cittadinanza. Talvolta integrare gli stranieri vuole semplicemente dire farli sentire accettati nella comunità e si sa che ,quando una persona sta bene con gli altri, non commette crimini, ma collabora al bene della società. Dentro di noi ci sono qualità positive ed altre negative; quando si arriva in un paese straniero, ci si sente quasi come “rinati”, come bambini sperduti in un mondo dove non si conoscono le persone, le tradizioni e i luoghi ci sembrano “spogli di vita” perché tutto ciò che si aveva lo si è lasciato lontano. Se le persone imparassero a capire lo stato d’animo di uno straniero, comprenderebbero che, così come ai bambini da piccoli, per educarli e dimostrare a loro il nostro affetto, si dà attenzione, così anche accade per lo straniero. Un po’ di affetto e comprensione in un posto dove non hanno niente potrebbe aiutarli a sentirsi meno sperduti. E quale aiuto migliore se non quello che si dà nel momento del bisogno?
Ogni tanto penso a come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta in Romania ed a volte mi mancano gli amici ed i nonni che sono ancora là, ma so che talvolta bisogna fare dei sacrifici per poter sperare in un futuro migliore e penso che non avrei potuto conoscere luoghi e persone migliori di quelle che ho incontrato in Italia.
Alina Bogzoiu
Uomini, siate umani
Chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginare.
Abbiamo una famiglia, una casa, un buon lavoro. Sui nostri volti nasce spontaneo un sorriso, siamo felici. Ma ecco che il nostro lavoro non basta più per soddisfare i nostri bisogni. La nostra famiglia, i nostri cari, soffrono per questo. Allora cosa facciamo? Cerchiamo di farci forza. Cerchiamo di "tirare avanti" come meglio possiamo. Cerchiamo di pensare positivo e speriamo. Ma siamo di nuovo spinti in basso. Il nostro Paese non sostiene i nostri sforzi, non ci aiuta a far germogliare i nostri sogni, siamo inesistenti. Quali opzioni abbiamo? C'è chi sceglie di restare e c'è chi sceglie di sperare per un futuro migliore in un altro luogo, chi quindi, cerca un appoggio per dar vita alle sue speranze in un altro Paese.
Non credo che tutto ciò sia difficile da immaginare, in fondo è qualcosa che ci tocca sulla pelle.
La speranza infatti è ciò che spinge la maggior parte dei migranti. A scuola abbiamo avuto l'opportunità di conoscere Salif. Salif è un ragazzo senegalese, laureato in marketing che vive in Italia da tre anni. In Senegal lavorava per un'agenzia di distribuzione di sigarette e, nonostante egli fosse di origini relativamente ricche, il suo lavoro non era sufficiente per provvedere a tutti i membri di quella che lui chiama "la sua grande famiglia". Decise allora di prendere un aereo e partire. Dopo mesi, e tanti soldi per riuscire ad avere i documenti in regola, comprò un biglietto e partì. Per un po' di tempo lavorò a Pescara e ora si trova a Saluzzo per la raccolta della frutta. Ha conosciuto così le difficili condizioni di un luogo che i migranti chiamano con amara ironia "Guantanamo", la tendopoli presso il Foro Boario, che è diventata simbolo della sfida dell'accoglienza, di una possibile conciliazione tra i bisogni della comunità saluzzese e la difesa di una dignità umana che per il momento appare ancora calpestata, tanto che Salif con amarezza afferma che nessuno in Senegal vive oggi in condizioni simili. Non resta che organizzare il ritorno al proprio Paese, perché qui, complice la crisi, non c'è niente per lui, se non discriminazione, disagio e vergogna.
Proviamo di nuovo a immaginare. 
Questa volta non siamo noi, ma i nostri figli. I nostri figli decidono di cambiare Paese e si ritrovano nelle stesse condizioni di vita degradanti di alcuni migranti qui in Italia. Possiamo accettarle passivamente? Possiamo lasciare che subiscano tali ingiustizie? Possiamo lasciare che i figli vengano privati della loro dignità umana?  
"Uomini, siate umani, è il vostro primo dovere; siate umani verso tutte le condizioni, verso tutte le età, verso tutto ciò che non è estraneo all'uomo. Quale saggezza può mai esistere fuori dell'umanità?" Jean-Jacques Rousseau, L'Emile 
Annalisa Castellano


IL VIAGGIO DEI MIGRANTI: RACCONTO DI SALIF

Salif con i ragazzi del "Soleri-Bertoni"

Durante una lezione di Storia contemporanea all’interno del nostro Istituto “Soleri-Bertoni”, noi studenti abbiamo tenuto un incontro con il sig. Lele Odiardo, assistente sociale e parte integrante del Comitato Antirazzista della zona di Saluzzo, e con Salif, un giovane immigrato africano che ha deciso di intraprendere il durissimo viaggio verso l’Italia alla ricerca di una vita migliore e di un lavoro più soddisfacente e meglio retribuito. Sono stati affrontati molti argomenti, ma di particolare interesse è stato il racconto sul modo in cui lui ed altri emigranti raggiungono il nostro ed altri paesi europei. Recentemente i notiziari italiani hanno trattato le tematiche dell’immigrazione clandestina in seguito ad un triste fatto, la morte di molti migranti al largo delle coste lampedusane, fatto dovuto alla mente malata di uomini che in cambio di denaro permettono alle popolazioni africane di “raggiungere” le nostre coste in condizioni DISUMANE. Oltre al danno pure la beffa. I famigliari delle vittime (solitamente moglie e figli) si trovano a dover far fronte a problemi economici dovuti al fatto che ¾ dei loro beni vengono spesi per il pagamento del viaggio attraverso il deserto, e successivamente attraverso il mare. Fortunatamente, il caso di Salif è diverso, egli ha avuto la “fortuna” di potervi arrivare in un modo più “umano”. Il suo viaggio non è stato gratuito, ovviamente, infatti egli ha dovuto procurarsi un passaporto regolare del suo stato, con un visto speciale per poter raggiungere l’Italia, dal costo esorbitante per la popolazione senegalese; inoltre i tempi d’attesa, che possono variare secondo i casi, sono relativamente lunghi. Oltre al danno economico per le famiglie africane interessate ad espatriare, si aggiunge la tempistica, che è quasi sempre molto lunga. Salif dice inoltre che molte persone accettano di viaggiare anche dei mesi, se non anni; dagli anni 2000, infatti, coloro che hanno raggiunto l’Europa, nel comunicare con i parenti affermano che il lavoro si può trovare e con questo migliaia di africani si illudono di potercela fare e decidono di spingersi al di là del Mediterraneo.
Dopo averci informato sul viaggio Salif ha introdotto il discorso del lavoro e dell’istruzione, raccontando che molti africani che giungono in Italia sono laureati, ma sfortunatamente le loro lauree sono inutili al di fuori dell’Africa, poiché devono essere tradotte e riconosciute ufficialmente; questo causa molti problemi anche per il fatto che i migranti quasi sicuramente andranno incontro ad un futuro difficile e deludente a livello economico. Questa è la sorte di numerosi africani che tentano di approdare nel nostro paese, storie spesso ignorate, su cui Salif ci ha aperto gli occhi.
Matteo Peirone


GLI "INVISIBILI"


"Invisibili" é un documentario realizzato da Andrea Fenoglio, intitolato cosí perché i protagonisti sono uomini di colore di origini africane, immigrati in Italia, arrivati a Saluzzo alla ricerca di un lavoro che non sempre trovano, essi sono guardati sovente con disprezzo, non considerati e anzi emarginati.
Durante lo svolgersi del filmato, sono evidenti queste situazioni grazie alle immagini di alcuni uomini sistemati al Foro Boario e ai racconti degli intervistati.
Il film si svolge in tre momenti diversi: la giornata faticosa e difficile di un bracciante africano, il quale lavora per guadagnare piccole somme di denaro da mandare alla sua famiglia, in patria, in questa introduzione domina la notte, che con la sua oscurità trasmette un’atmosfera cupa e deserta, dove gli unici suoni che si sentono sono quelli dei cartoni, usati come letto, che sfregano sul cemento della strada; la recitazione di un testo in francese intitolato "Le combattant pour la justice" letto dal poeta Ibrahim Diabaté, in cui sottolinea il suo pianto nel vedere i suoi "fratelli" trattati tanto duramente e nel vedere tanta povertá e miseria; infine un'intervista a due uomini africani, seduti intorno ad un fuoco nella tendopoli di cartoni costruita dai braccianti rimasti esclusi dai progetti di accoglienza, uomini che nonostante gli studi terminati con ottimi risultati, sono ora qui a raccogliere frutta e spaccare legna per riscaldarsi un po’; non a caso questo suono della legna che si rompe ritorna più volte nel filmato.
Il film é un invito a riflettere sulle tristi condizioni in cui le persone, lontane dai loro affetti, dalle loro case, dalla loro cultura, vivono nei nostri paesi, in un clima di isolamento e diffidenza; sono rimasto toccato quando ho visto la miseria e la qualità della vita che queste persone, venute nel nostro paese con tante speranze e sogni, devono accettare.

Christian Le Fort





Ibrahim Diabate


Ibrahim Diabate viene dalla Costa d`Avorio. D`inverno lavora a Rosarno nella raccolta delle arance, d’estate a Saluzzo. Ha scritto due poesie in francese tanto belle da essere lo spunto di due video dedicati alle difficili condizioni dei migranti in Italia: “Les larmes d’Ibrahim” fanno da sottofondo al video “Invisibili” girato da Andrea Fenoglio, mentre “Les citoyens appuient les agriculteurs” è la vera e propria colonna sonora de “La Terre nourrit son homme” girato dall’associazione “Africalabria”.

Ibrahim si definisce “combattant de la Justice”, racconta di sopraffazioni, dignità calpestata, lotte. E dedica i suoi versi ai caduti sotto i colpi delle organizzazioni criminali di Rosarno.



Les larmes d`Ibrahim
Ceci est à la mémoire de tous ceux qui sont restè victime il y`a deux ans des organisations criminelles de la cité de Rosarno.

Je pleurs,
Quand je vois mes frères souffrir
Je pleurs
Quand je me lève à 4 heures du matin
pour aller à la recherchee de mes illusions
dans les plantations d`oranges et de mandarines
pour la modique somme de 25 € sinon moin
Je pleurs
Quand je vois mes frères vivre dans des ghettos
sans eau ni électricité, situation quasi impossible
et inacceptable par l`humanité
Je pleurs
Et j`ai mal au coeur
Je pleurs
J`ai mal je n`ai aucune ouverture physique et aucune   maladie clinique
mais pourtant j`ai mal
je souffre et je pleurs
Je pleurs
Parce que nous sommes victimes
de la couleur de notre peau
ici et ailleurs
Je pleurs
quand je vois mes frères italiens
nous fermer la porte de leur coeur
et de leur maison
Je pleurs
Quand je pense que j`ai laissé les miens
et tous les etres qui me sont chers
pour une intégration qui n`arrive point
Je pleurs
mes larmes ne coulent pas
pourtant je pleurs
je souffre dans ma peau
des blessures partout autour de moi
c`est le spectre de la désolation
Je pleurs
les conditions de vie de mes frères
Africains et non Africains;
ceux d`ici et d`ailleurs
Je pleurs
je pleurs et je continuerai de pleurer
tant qu`il n`y aura pas de justice
et d`équité dans le monde
Je pleurs
et j`ai honte
Quand je vois mes frères Africains
etre exploités par d`autres frères Africains
Je pleurs
Quand je vois mes frères
se faire tuer lachement sur le trottoir
exercant leur métier
à cause de la couleur de leur peau
Cela signifie racisme, fasciste
Je pleurs
j`ai honte quand je vois mes frères B&B (Blancs et Blacks)
se regarder en chiens de faiences
Je saigne de partout
car autour de moi la vie n`est pas rose
J`ai les yeux larmoyants quand nous
mettons dans les oubliettes les combattants de la liberté et la justice
Dans le ruisselement de mes larmes
je regarde le monde en face
en ayant espoir que demain sera meilleur
si l`orgueil hypocrite des uns et des autres
s`effrite
Je pleurs
le monde et son système
qui ne donne aucune valeur à l`espèce humaine
Mes larmes ne coulent pas
mais je pleurs.

Le lacrime di Ibrahim
In ricordo di tutti coloro che sono caduti due anni fa sotto i colpi assassini delle organizzazioni criminali della città di Rosarno.

Piango,
Quando vedo i miei fratelli soffrire
Piango
Quando mi sveglio alle quattro del mattino
alla ricerca delle mie illusioni
in un campo di aranci e mandarini
per venticinque euro o anche meno
Piango
Quando vedo i miei fratelli vivere in un ghetto
senza acqua né elettricità
in situazioni inaccettabili per l`umanità
Piango
E ho male al cuore
Piango
E soffro
non sono ferito né malato eppure sto male
soffro e piango
Piango
Perché noi siamo vittime
del colore della nostra pelle
qui e altrove
Piango
vedendo i miei fratelli italiani
chiudere le porte del cuore
e delle loro case
Piango
pensando di aver lasciato la famiglia e i miei cari
cercando un`integrazione che non arriva
Piango
le mie lacrime non scendono
eppure piango
soffro nella mia pelle ferite ovunque
e attorno a me lo spettro della solitudine
Piango
per le condizioni dei miei fratelli
africani e non africani di qui e d`altrove
Piango
e continuerò a piangere
finché non ci sarà giustizia ed equità nel mondo

Piango
vedendo i miei fratelli africani sfruttati da altri fratelli africani
Piango
vedendo i miei fratelli africani lasciarsi ammazzare vigliaccamente
sui marciapiedi
facendo il loro mestiere
a causa del colore della loro pelle
Questo vuol dire razzismo fascista
Piango
e mi vergogno vedendo i fratelli B&B, bianchi e black,
guardarsi in cagnesco
Sanguino ovunque
ché attorno a me la vita non è rosa

Ho gli occhi lacrimanti
quando buttiamo nel dimenticatoio i combattenti per la giustizia e la libertà
Nel fiume delle mie lacrime
guardo il mondo in faccia
con la speranza che il domani sarà migliore
se l`orgoglio ipocrita degli uni e degli altri si sgretola
Piango
il mondo e il suo sistema
che non dà alcun valore al genere umano
Le mie lacrime non scorrono
ma io piango.


Sono parole piene di sofferenza quelle d’Ibrahim, che nella sua poesia esprime chiaramente i sentimenti provati da lui e dai suoi compagni africani giunti in Italia alla ricerca di una vita migliore. Attraverso le sue lacrime descrive come queste persone vengano sfruttate, discriminate per il solo colore della pelle, vivendo in condizioni estremamente disumane. Il suo unico desiderio è ottenere rispetto, in quanto esseri umani uguali agli altri, che hanno lasciato il resto della famiglia nel loro paese con la sola speranza di potersi più avanti riunire in condizioni più felici. Ma tutto questo non sarà mai possibile se non si imparerà a mettere da parte ogni forma di orgoglio che ha come unica conseguenza l’odio reciproco, lasciando a persone come Ibrahim solo la possibilità di piangere per i suoi fratelli e per un’umanità che è irrimediabilmente scomparsa.

Questi versi non possono che trasmettere una profonda tristezza, in quanto il problema descritto si è ormai ingigantito a tal punto che ascoltare la denuncia di una o di poche delle persone coinvolte difficilmente porterà davvero a cambiamenti risolutivi, probabilmente sarà solo una voce nell’oceano.




Les citoyens appuient les agriculteurs
La terre nourrit son homme
le succès de pays repose sur l`agriculture
les plus pauvres de ce pays sont les agriculteurs
quel paradoxe!
La terre est la seule source qui ne tarit jamais
Mais la source de la terre a tari désormais
Parce que les agrummes ne sont plus payés à des prix de référence
La terre nourrit son homme
Les paysans sont endettés
Le gouvernement est embeté
Le peuple souffre
Les paysans oeuvrent
La terre nourrit son homme
La production est mauvaise
Parce que les prix sont aux rabais
Les terres s`appauvrissent
Les dirigeants s`enrichissent
La terre nourrit son homme
Les paysans sont meurtris
Quand le cercle des riches grandit
Les plantations meurent
Le pleuple pleure
Les gouvernants rient
Parce que les poches sont sont remplis
Le sommet s`embélit
la base se détruit
Et pourtant
la terre nourrit son homme
Il n`y a pas de pays fort sans une agriculture forte
Un homme qui a faim n`est pas un homme libre
Faisons en sorte que nos peuples n`aient pas faim
pour le bonheure des républiques et le succès de la planète terre
Soyons vigilants
I cittadini sostengono i contadini

La terra nutre l`Uomo
Il successo del paese si basa sull`agricoltura
ma i piu poveri del paese sono gli agricoltori
Che paradosso!
La terra è la sola fonte che non secca mai
Ma la fonte della della terra è ormai seccata
Perché gli agrumi non si vendono piu al prezzo di riferimento
La terra nutre l`Uomo
e i contadini sono indebitati
Il governo si offende
e il popolo soffre
I contadini sono all`opera
La terra nutre l`Uomo
ma la produzione non è buona
Perché i prezzi calano
Le terre si impoveriscono
I dirigenti si arricchiscono
La terra nutre l`Uomo
e i contadini sono in pena
Quando il cerchio dei ricchi si allarga
I campi muoiono
Il popolo piange
e i governanti ridono
perché le tasche sono piene
La sommità si abbellisce
la base si distrugge
Malgrado tutto
la terra nutre l`Uomo
Non esiste un paese forte senza una agricoltura forte
Un uomo che ha fame non è un uomo libero
Facciamo in modo che i nostri popoli non abbiano fame
per la gioia delle Repubbliche ed il successo del pianeta Terra
Restiamo vigili
 Ibrahim - Combattant de la Justice




"La terre nourrit son homme"


“La terra nutre l’uomo” ci ricorda Ibrahim. Noi viviamo grazie ai suoi frutti, grazie all’agricoltura. Secondo un ragionamento logico dunque dovrebbe trattarsi di un settore ambito e curato da gran parte dell’umanità. Ma non è così. Coloro che si dedicano maggiormente a questo lavoro, sono anche i più poveri, i più lontani da un autentico status di cittadini. Così è per tutti quegli Africani che, arrivati in Italia, si sono dedicati a trovare un lavoro nel campo dell’agricoltura, specialmente raccogliendo frutta; si sono scelti una delle attività più faticose, che quasi nessuno degli italiani vorrebbe praticare. Eppure continuano ad essere sottopagati e sfruttati per le loro condizioni. Ma se queste persone scomparissero, scomparirebbe anche l’agricoltura, principale sostentamento per l’uomo, e non si potrà avere alcun arricchimento del Paese, perché la vera ricchezza è proprio la terra. Il messaggio che Ibrahim vuole trasmetterci è di non sottovalutare o trascurare i bisogni della terra, né coloro che cercano di curarli, perché solo chi non soffre la fame è veramente libero. Quindi, apriamo gli occhi e RESTIAMO VIGILI, con un cuore vigile!
 Elena Mellano

IL DIRITTO DI CITTADINANZA IN ITALIA



Lezione con la prof. Di Bari
Sabato 23 novembre abbiamo tenuto un incontro sulla cittadinanza con la professoressa Di Bari, insegnante di Diritto nella nostra scuola. Questa tematica è strettamente legata alla persecuzione degli ebrei, resa possibile proprio dalla perdita del diritto di cittadinanza.
Con cittadinanza si intende uno status, cioè una condizione da cui scaturiscono diritti e doveri. Questa si può ottenere in Italia:
  • per nascita: ius sanguinis. Si diventa cittadini se si ha un genitore italiano.
  • per matrimonio. Fino al 2006 si poteva richiedere dopo sei mesi dal matrimonio, a partire da quell’anno sono necessari due anni di residenza in Italia o tre, in caso di trasferimento in un paese straniero. Questo perché erano sorte associazioni che, illegalmente e su ricompensa, organizzavano dei matrimoni combinati. In caso di matrimonio, si ha il diritto di richiedere la cittadinanza, dunque lo stato non può opporsi.
  • per residenza. Si delineano due casi: se si è cittadini europei sono sufficienti quattro anni di residenza, in caso contrario, ne occorrono dieci. A differenza del matrimonio, la cittadinanza in questo caso non è un diritto, ma una concessione, la quale prevede discrezionalità da parte di chi la concede.
  • Si possono verificare inoltre altri casi. Per esempio, se un genitore straniero diventa cittadino, allora la cittadinanza viene trasmessa al figlio.
L’Italia si distingue come uno degli stati più restrittivi al mondo insieme alla Danimarca e all’Olanda. A differenza degli Stati Uniti d’America, del Canada e dell’America Latina, non è infatti contemplato lo IUS SOLI (diritto di suolo), l’acquisizione della cittadinanza se si è nati nel territorio italiano. Ciò è permesso in due casi estremi: quando si trova un bambino abbandonato o in caso di figli di apolidi, cioè di genitori senza cittadinanza. Ad aggravare la chiusura dell’Italia è anche l’inesistenza dello ius soli di seconda generazione:  uno straniero acquisisce la cittadinanza del paese in cui nasce, nonostante i genitori non siano considerati cittadini. Questo avviene invece in Belgio, in Francia, in Spagna, in Germania e in Irlanda. 
Quali sono le motivazioni che inducono gli stranieri alla richiesta di questo diritto?
In primo luogo, ciò che li induce a presentare la domanda è il conseguente ottenimento del diritto di voto. Ciò contribuisce a diffondere un senso di appartenenza, perché la condizione di non poter scegliere è vista negativamente dai non cittadini, i quali, come residenti, lavorano, pagano tasse ed imposte e devono sottostare a dei doveri. Nell’articolo “Cittadinanza, la legge va condivisa”, pubblicato su “La Stampa” il 2 gennaio del 2010, la giornalista Giovanna Zincone evidenzia un’altra motivazione: il 57% degli immigrati desidera la cittadinanza “per non dovere più rinnovare il permesso di soggiorno”.
Nell’articolo si delineano inoltre alcuni provvedimenti adottati dallo stato italiano: nel 2010 è stato elaborato un “Accordo di integrazione” in base al quale i nati in Italia possono diventare cittadini solo al compimento dei 18 anni, e solo se sono stati sempre residenti. Un’altra misura introdotta è l’obbligo di seguire corsi annuali: questo favorisce l’apprendimento e l’integrazione, ma resta una soluzione costosa. Nonostante questi cambiamenti , i tempi di risposta alla richiesta della concessione della cittadinanza restano molto lunghi e, spesso, per negarla, si utilizzano motivazioni banali e non del tutto fondate: “Non parla bene l’italiano”, “La comunità a cui appartiene crea problemi” o ancora “Non risulta integrato”. A questo proposito, anche Giovanna Zincone esprime il suo parere, sottolineando fortemente la necessità di snellire le pratiche di rinnovo e di rafforzare le questure. Scrive inoltre: “evitiamo che la buona conoscenza della lingua italiana costituisca una barriera per l’accesso alla carta di soggiorno”, perché i rinnovi continui del permesso costano non solo agli stranieri, ma anche all’amministrazione dello stato.

In Italia parte dell’opinione pubblica è contraria ad un’integrazione maggiore verso gli stranieri presenti sul territorio, ma vi sono anche coloro che assumono un atteggiamento non solo umanitario, ma anche utilitaristico: là dove gli stranieri sono integrati e accolti, non creano problemi di ordine pubblico e disagi sociali e contribuiscono allo sviluppo della comunità da cui non si sentono esclusi. 
Letizia Odello

REATO DI CLANDESTINITA’
Nell’affrontare un discorso sulla concessione del diritto di cittadinanza agli stranieri in Italia, è necessario parlare del reato di clandestinità. Questo, introdotto nel 2009 all’interno della legge Bossi-Fini, punisce lo straniero che entra illegalmente in Italia e vi rimane in condizioni irregolari. Molti credono che la sanzione sia di tipo detentivo, ma è bene notare che essa è in realtà di tipo pecuniario, infatti lo straniero deve pagare una multa che può variare dai 500 ai 10000 euro. In alternativa, si ha il provvedimento di espulsione dall’Italia, che però è già prevista per via amministrativa. L’introduzione di questo reato è stata a lungo criticata, in quanto considerata inutile e dannosa. Infatti molti stranieri sono profughi che scappano da guerre e carestie, dunque non hanno soldi in tasca né per comprarsi qualcosa da mangiare, né tanto meno per pagare una multa così elevata. In questo periodo, ed in particolare a seguito della strage di Lampedusa avvenuta il 3 ottobre, si è pensato di rivedere la legge Bossi-Fini e di renderla meno restrittiva.
Infatti, nell’anno 2012 sono arrivate in Italia 15.570 persone, mentre dall’inizio del 2013 ad oggi sono già 21.241 (dato CENSIS riportato in un articolo pubblicato sul "Fatto Quotidiano" l'11 ottobre 2013): dunque possiamo concludere che l’introduzione del reato di clandestinità non ha minimamente influenzato il flusso migratorio.
Inoltre, questi profughi necessitano di un luogo dove rimanere appena giungono sul suolo italiano e per questo vengono raggruppati in alcuni Centri Temporanei di Accoglienza e Riconoscimento. E’ interessante notare una certa somiglianza con i ghetti in cui erano costretti a vivere gli ebrei, in quanto le condizioni di vita in cui le persone si trovano sono inaccettabili; sono malnutriti e in alcuni casi anche maltrattati. Molto spesso questi centri sono sovraffollati, come accade in quello di Lampedusa, che dispone di 270 posti e ospita ben 1100 persone. I giornalisti non possono entrare in questi luoghi, ma alcuni sono riusciti a scambiare qualche parola con i rifugiati attraverso le sbarre. Le parole sono poche, ma il messaggio è chiaro: “Vorremmo mangiare di più, ma soprattutto ci serve una stanza” ("Il mattino")
Riflessione
Personalmente ritengo che la legge sul reato di clandestinità sia troppo severa, in quanto la maggior parte degli stranieri che ogni anno arrivano in Italia sono disperati perché vengono da paesi devastati da guerre e povertà e cercano nel nostro Stato un lavoro per iniziare una nuova vita. Ha senso punire queste persone che scappano dai loro paesi d’origine solo perché cercano di riacquistare la dignità e con essa la speranza di una vita migliore?
Sara Piana

La cittadinanza romana
Dibattito sulla cittadinanza a Roma
Riguardo alla cittadinanza romana, pensiamo che la concessione perdesse valore nel momento in cui veniva conferita come strumento di controllo politico verso le popolazioni sottomesse. Tito Livio nella Storia di Roma dalla sua fondazione, VIII 13-14, tratta anche la concessione politica della cittadinanza nell’età arcaica: durante le guerre sannitiche gli alleati latini di Roma si ribellarono poiché le loro richieste di riconoscimento giuridico e politico non erano state esaudite e Lucio Furio Camillo, il comandante che portò Roma alla vittoria, sollevò in senato la questione del trattamento da riservare ai popoli sottomessi. <<Ora resta da stabilire, visto che con le loro ribellioni sono per noi un motivo di continua preoccupazione, in che modo sia possibile mantenerli tranquilli con pace duratura.>> scrive Tito Livio riferendosi ai popoli sottomessi. In questo brano Camillo effettua il suo discorso e pone il senato di fronte ad una serie di scelte: se mantenere o no il Lazio, se garantirsi la pace con una crudele repressione o ricorrendo al ‘perdono’, se essere spietati con coloro che sono stati sconfitti o che si sono arresi, se cancellare la regione dove avevano arruolato uno splendido esercito che avevano utilizzato in molte e delicate guerre oppure se seguire l’esempio degli antenati e accrescere la potenza di Roma accogliendo i vinti tra i concittadini. L’ultima opzione era proprio il modo giusto per ingrandirsi conquistando enorme gloria. Alla fine, dato che non tutti i Latini si trovavano nella stessa condizione, si prese una decisione conforme ai meriti di ciascun popolo, esaminando i singoli casi uno ad uno.

Fino alla Constitutio Antoniniana, emanata dall'imperatore Caracalla nel 212, che concedeva la cittadinanza a tutte le popolazioni abitanti entro i confini dell'Impero, lo status di cittadino romano apparteneva ai membri della comunità politica romana in quanto cittadini della città di Roma e non era legato all'essere un abitante di uno dei domini romani.

Perché volere la cittadinanza romana?
Essere cittadino romano comportava una notevolissima serie di privilegi. La cittadinanza romana consentiva l'accesso alle cariche pubbliche e alle varie magistrature, nonché la possibilità di votare nel giorno della loro elezione, di partecipare alle assemblee politiche della città di Roma, notevoli vantaggi sul piano fiscale e la possibilità di essere soggetto di diritto privato, ossia di poter presentarsi in giudizio attraverso i meccanismi dello ius civile.  Al cittadino romano corrispondeva il plenum ius, ovvero il diritto pieno. Un cittadino di diritto pieno che era iscritto in una delle trentacinque tribù territoriali, che fungevano da liste elettorali e di arruolamento militare, poteva votare nelle assemblee comiziali di Roma ed arruolarsi nelle legioni. Inoltre, un abitante delle province che otteneva il plenum ius poteva venire esentato dalle imposte che gravavano sui provinciali e, in caso di arresto, non poteva essere sottoposto a punizioni corporali.

Come si otteneva la cittadinanza romana
La cittadinanza romana si poteva ottenere per concessione politica, per merito e riconoscimento o per nascita. La concessione della cittadinanza anche agli stranieri cominciò a diventare una necessità nel momento in cui Roma iniziò la sua fase d'espansione, venendo quindi a contatto con popoli che mal sopportavano che fosse loro negata quella serie di privilegi che erano prerogativa dei cittadini romani. Ecco, quindi, che questa concessione cominciò a diventare anche uno strumento di controllo politico delle molte popolazioni sottomesse.
Come scrive Tacito nella sua opera Annales nel libro XI-24 e 25:

<<La pace interna fu assicurata, e la nostra potenza affermata all’esterno…>>.

La cittadinanza per merito veniva, invece, conferita su base individuale. Si poteva inoltre ottenere la cittadinanza di diritto come premio per alcuni servizi, in particolari circostanze.
L'ottenimento della cittadinanza avveniva ovviamente soprattutto per condizione di nascita, evento per il quale tuttavia erano necessarie alcune condizioni. Il figlio di cittadini romani legati in matrimonio legittimo era senza dubbio un cittadino romano. Nel caso di unioni miste, invece, in un matrimonio legittimo il figlio seguiva la condizione del padre al momento del concepimento, nel caso di unione non legittima quella della madre al momento del parto.

Riflessione
Noi, come dice Tito Livio, pensiamo che lo Stato più forte sia quello nel quale i ‘sudditi obbediscono’ con gioia. Ma in Italia siamo sicure che non sia così, in particolar modo da parte degli stranieri che vorrebbero ottenere la cittadinanza italiana. Questo è dovuto al fatto che oggi, in Italia, le tempistiche per fare domanda per la cittadinanza sono estremamente lunghe. Come sappiamo, la cittadinanza è molto importante, ieri come oggi, perché è uno status che comporta una serie di diritti e di doveri. Inoltre fa sentire parte della società, in particolare perché consente di votare e, di conseguenza, di partecipare alla scelta di coloro che governano ed alle sorti del nostro stato. Proviamo a metterci nei panni di coloro che arrivano da uno stato straniero e che sono senza cittadinanza: oltre a tutte le difficoltà che potremmo incontrare nella società, e al fatto di doverci integrare ad una cultura diversa, non avere dei diritti sarebbe davvero deludente e frustrante. Perciò, per capire quale metodo di concessione sia migliore, abbiamo deciso di riflettere come se ci trovassimo NOI in quella situazione: aspettare addirittura 10 anni per poter fare anche solo domanda è un’eternità ed è folle. Inoltre, leggendo un articolo sul "Corriere della sera", abbiamo potuto riflettere su alcune caratteristiche assurde della legge italiana sulla cittadinanza: Cristian vive con la madre a Roma, ma è nato in Colombia. Il padre li ha abbandonati quando Cristian era appena nato, dopo aver scoperto che suo figlio è portatore della sindrome di Down. La madre invece, lo ha portato in Italia per cercare condizioni di vita migliori ed ha aspettato con impazienza il diciottesimo compleanno del figlio, che gli avrebbe permesso di ottenere la cittadinanza italiana. E invece non è stato così: dopo aver compiuto 18 anni, Cristian ha visto respinta la sua domanda di cittadinanza a causa della sua sindrome. Com’è possibile? “La prima volta me l’hanno spiegato all’anagrafe in maniera brusca – racconta Gloria Ramos, mamma di Cristian – ‘Non si faccia illusioni’, mi ha detto sgarbata una signora allo sportello, ‘non lo stabilisco io, ma la legge’. Mi ha tagliato le gambe: ho cresciuto da sola questo ragazzo convinta che a 18 anni avrebbe preso un documento, un’identità. In Colombia, il mio Paese d’origine, non sanno neanche che è nato, in Italia non lo vogliono. Che ne sarà di lui?”. In prefettura, poi, le hanno spiegato che la sua domanda è stata respinta perché i ragazzi come Cristian sono considerati incapaci di prestare giuramento, indispensabile per diventare italiano. E’ stato anche detto dall’esperto legale del portale Stranieri in Italia: “L’incapacità legata ad un qualsiasi tipo di patologia mentale che limita la capacità di intendere e di volere fa sì che lo straniero non sia idoneo ad accedere alla cittadinanza poichè non può essere considerato capace di manifestare autonomamente la propria volontà e desiderio di diventare cittadino italiano”.
Questo citato è un caso come tanti altri, e noi troviamo tutto questo estremamente ingiusto, e continuiamo a ribadire che il nostro consiglio è di provare ad immedesimarsi: ciò che necessita ogni uomo è il senso di appartenenza, che inizia da bambini quando si desidera avere degli amici, cresce negli adolescenti quando si vuole far parte di un gruppo, e continua per tutta la vita. Perché a qualcuno dovrebbe essere negata? 
E noi, noi cosa pensiamo? Vogliamo davvero sentirci parte di questo stato? Di uno stato nel quale certi diritti fondamentali vengono violati? Ci consideriamo una ‘società tanto avanzata’, ma cosa significa oggi essere uno stato democratico?
Martina Francone e Anna Carla Zardo






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